martedì, 01 maggio 2007

Il filosofo americano Lee Harris lavora sui fondamentali. Demografia e relativismo, significato del Corano e concetto di nemico, neosecolarismo e razionalismo. Temi apparentemente distanti tra loro, ma che Harris da molti anni descrive come questioni riguardanti la sopravvivenza della civiltà occidentale. Quest'anno Harris è uscito in libreria con "The suicide of reason", un testo sul crollo del "fronte interno" e del neorazionalismo di fronte all'attacco del fanatismo islamico. Due sono le grandi minacce alla sopravvivenza dell'occidente, una esagerata fiducia nel potere della ragione e una profonda sottovalutazione del potere del fanatismo. Il suicidio della ragione nasce dallo scacco relativista: "in occidente la posizione relativista collassa nell'oscurantismo reazionario che dice: tutte le culture sono incommensurabili, è impossibile giudicare. Lo scopo dell'educazione laicistica diventa 'liberare' tutto, la fede sulla superiorità dell'occidente è sostituita dal multiculturalismo, dal nonsense del relativismo.() La società viene organizzata intorno alla massimizzazione del piacere individuale. E all'indifferenza per il futuro. Gli uomini invece hanno bisogno di una tradizione profonda che inizia dalla nascita. Se siamo liberi dalle tradizioni di chi ci ha preceduto, perchè i nostri figli non avrebbero il diritto di liberarsi di noi? Una civiltà persiste quando c'è un diffuso senso della necessità etica della presente generazione per la terza, i nipoti, i non nati. E' questo il più alto contributo etico della famiglia". Quando confrontiamo il nostro ethos (la società del 'carpe diem', del 'don't worry, be happy') con il fanatismo islamico, dobbiamo rispondere alla domanda: quale possibilità di sopravvivenza abbiamo nel confronto con una cultura capace di morire e di uccidere? Come hanno detto i terroristi: 'Alla fine vinceremo, siamo disposti a morire, voi no'.

Noi occidentali abbiamo creato un mito autoprotettivo: la modernità. "Quando ci confrontiamo col fanatismo, ci consoliamo pensando che sia una fase di passaggio di uno sviluppo inevitabile. La modernità diventa la cura dell'arretratezza islamica.() Ma sono interpretazioni etnocentiche che riducono l'islamismo a modello occidentale per renderlo meno alieno. continua…

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domenica, 15 aprile 2007

Sorprende questo Papa. Il suo pensiero sottile, una sottigliezza che però non è nè leggerezza nè silenzio, è anzi un atteggiamento che alla fine finisce per fare molto rumore, proprio come fa’ ogni uomo saggio secondo quanto scriveva  Kierkegaard. Sottile e discreto, come ogni parola che deve risultare quasi invisibile per essere efficace, e sta qui la sua forza. Il mondo oggi appare ancora spiazzato dal suo ragionare mite e acuto. Sorprende questo Papa, quando nel messaggio per la Quaresima appena trascorsa, dichiara che l’amore di Dio è anche eros. Utilizzando passi veterotestamentari, egli osa affermare che l’eros è iscritto nel cuore stesso di Dio. Il profeta Osea esprime questa passione divina con immagini audaci come quella dell’amore di un uomo per una donna adultera; Ezechiele parlando del rapporto di Dio [continua]

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categoria:cultura, chiesa, filosofeggiando, attualità
venerdì, 16 marzo 2007

Parliamo dei laici. Di quelli moderni che criticano la cultura moderna proprio in virtù del dubbio e della nozione di pluralismo. Per questi veri laici, si apre una grande occasione: battersi finalmente e a testa alta per una vera libertà, la libertà di chi è diverso da te, di chi parte da un'altra prospettiva  e ha qualcosa da dire  che ti interroga: la libertà dei vescovi nella loro intransigente posizione etica e culturale, antropologica e morale, sulla questione della famiglia. Il Vaticano continua a castigare, difendendo questa libertà, il mondo cattolico. La sede petrina non intende ritirarsi all'ombra di una iperclericale concezione vetero-concordataria, con i vescovi che si occupano solo di Dio. Una riflessione. Senza nemmeno volerlo, quasi costretta dall'aria dei tempi, la Chiesa occupa a parti rovesciate una posizione laica, liberale e perfino libertaria. Cosa intendo? E' un fatto culturale di grande e felice novità, nello spento teatro delle idee in Europa, che ci sia un paese in cui una bimillenaria istituzione si batte per far valere le sue idee nella società e nella politica civile, allargando il campo del dissenso, delle posizioni e della dialettica, e mettendo in discussione laicamente le premesse ideologiche del nostro stile di vita e della nostra identità di abitanti dell'occidente cristiano di questo tempo. Se è vero come è vero che la Chiesa sta avendo il merito di rompere le certezze granitiche di una società scristianizzata e contenta di non si sa cosa,  se è vero come è vero che si può dissertare su vita amore in una dimensione non banalmente edonista, se è vero come è vero che la Chiesa sta fornendo anche ai cittadini senza confessione religiosa e ad autorevoli intellettuali nella cui testa non rimbomba soltanto il già noto pensare, se, dicevamo, la Chiesa sta fornendo  di che riflettere,  allora si tratta soltanto di una occasione bella e seria e responsabile. Comunque la si pensi nel merito della questione famiglia, un vero laico non può che gioire di questo arricchimento, che mette in pericolo soltanto il conformismo noioso del pensiero dominante, e il già detto, il già saputo, cioè l'ideologia di cui si nutre la vita quotidiana delle persone nell'epoca in cui i matrimoni durano in media quattro anni- diconsi quattro!- e la scelta sempre più rara di dare la vita è affidata all'aborto selettivo.

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categoria:cultura, politica, vita, chiesa, filosofeggiando, attualità, società
martedì, 13 marzo 2007

 
Dalla Genesi alla genetica. "Io sono mio". Si potrebbe riassumere così l'ultimo comandamento che sta scrivendo l'uomo moderno, il quale assomiglierebbe più al testamento del de cuius, se non fosse per quanti, tra Papa e filosofi e  intellettuali lungimiranti  e scienziati cauti, tengono alta la bandiera dell'umanesimo. Perchè in questa semplice frase si può trovare una chiave interpretativa di quello che accade. Da quando, la cultura della separazione ha generato i maggiori guasti sociali: non più famiglia ma ruolo genitoriale monoparentale, non più madre e padre ma progenitore A e progenitore B, non più trasferimento obbligatorio del cognome di padre in figlio, ma possibilità di varianti secondo gusti personali. E ancora: la medicalizzazione del parto che da cura si trasforma in soppressione, l'eutanasia come principio dell'affermazione individuale sulla padronanza della vita. Tutti punti, questi richiamati, che appaiono a chi ha occhi per vedere, decisivi per il presente e il futuro degli esseri umani. Questioni che possono essere condivise da ogni persona di retta coscienza. Perchè la difesa dell'umano non riguarda solo chi ha fede ma anche, come dice con espressione faticosa ma efficace il filosofo tedesco Jurgen Habermas, tutti coloro che sanno cos'è l' "adeguata autocomprensione etica" del genere umano. Tutti coloro che, cioè, sanno riconoscere l'umano dove si manifesta. Perchè il rischio è quello dell'eclissi dell'umanità, per come è stata pensata e si è pensata fino ad oggi. Perchè non possiamo fare a meno di chiederci qual'è la società umana che vogliamo, e in che modo finiremo per percepire noi stessi come uomini. In un mondo moderno che si è inventato diritti che non esistono (alla felicità, alla soddisfazione, alla perfezione), abbiamo mitizzato una scienza che non è più scienza, ma una sua triste parodia, la tecnoscienza, la quale non fa mistero dei propri intenti manipolativi. Fatalmente portatrice di un atteggiamento antiumano, essendo l'essere umano considerato come oggetto tra i tanti, al pari di qualsiasi altro oggetto naturale. Diffidando della capacità della ragione di percepire la verità, ci siamo allontanati dal gusto della riflessione, abbiamo ritienuto che la coscienza individuale, per essere libera, avrebbe dovuto disfarsi sia dei riferimenti alle tradizioni, sia di quelli basati sulla ragione.  E così, incapaci di educarci e di educare  al desiderio della conoscenza, della verità autentica, alla difesa della nostra libertà di scelta di fronte ai comportamenti di massa, non abbiamo saputo nutrire  la passione per la bellezza morale, per la chiarezza della conoscenza. 
Forse è ora di iniziare a giudicare queste cose aiutati da qualcosa, da un pensiero razionale che pensi se stesso, da chi  sta mettendo in discussione quella che, con linguaggio husserliano, si può chiamare "ragion ridotta". Occorre qualcuno che dica della vita e della morte, di significato della realtà, di libertà e coscienza, di morale e ragione.  La Chiesa, questo Papa, tanti intellettuali e tanti scienziati, questo coraggio ce l'hanno, e alla fine penso che sulla loro forza è possibile anche per altri pensare altrimenti vita, dolore e morte, con senso positivo. Buona esistenza perchè corrispondente al volere di chi l'ha data.
E' una riflessione malinconica e pressante, paradossalmente laica fin nelle sue radici e insieme attenta alla dimensione religiosa dell'esistenza, qualunque cosa questa espressione voglia significare per ognuno di noi. E' un punto interrogativo che spazza via le banalizzazioni alle quali siamo abituati, le battagliette  tra clericali e anticlericali, l'indifferenza etica spacciata per progressismo scientifico, l'evoluzionismo selettivo in marcia trionfale verso non si sa dove. E dà un senso anche alla ormai sgangherata famiglia moderna, all'amore moderno, alla sessualità umana. Resta l'inquietudine per il pensiero unico dominante: io sono soltanto mio e non devo rispondere di alcunchè, sono il creatore di me stesso.
 
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categoria:cultura, etica, vita, chiesa, idee, filosofeggiando, critica, attualità, società
mercoledì, 07 marzo 2007

 
 
Nella disputa teologico-sociale moderna, da un punto di vista semantico ci ritroviamo nel cuore di un tema affascinante, il rapporto tra individuo e soggetto. Il concetto di "individuo" è amato dai nuovi illuministi e dai libertisti che lo pongono al centro del mondo e dell'economia, è osannato dagli scienziati sciolti dai lacci dei limiti dell' etica. Per tutti, è motore e metro di giudizio delle decisioni del nostro tempo: a lui sono attribuite tutte le conquiste positive che sappiamo, la conquista della libertà, dei diritti individuali, l'autoreferenzialità che non ha bisogno di Dio, l'ottimismo del progresso, la fede nella tecnica eccetera.  Il Settecento fece scoprire la razionalità perfetta e neutrale dell' homo oeconomicus, che utilizzava il suo razionicio per compiere una scelta tra le molte possibili, lasciando da parte gli elementi spontanei, le intuizioni, le esperienze, l'emotività, le interazioni. Poi venne fuori che questo processo di formazione delle decisioni si era rivelato insoddisfacente. Le scienze cognitive avevano evidenziato gli errori sistematici del ragionamento umano, e cioè che con la sola razionalità l'uomo non era in grado di esprimere una preferenza equilibrata e di raggiungere una piena soddisfazione. Nonostante ciò, oggi per alcuni settori della società, l'individuo è ancora "homo oeconomicus",  tradotto, il finto eroe della modernità, l'uomo piatto, costretto a produrre e consumare ciò che produce, conteso da ricerche e statistiche di mercato, il destinatario inconsapevole di desideri e necessità indotti. Diciamo la verità,  un pò l'uomo vuoto e impagliato di T. S. Eliot, il signor K. del processo kafkiano vittima del suo destino. Un insipido amorfo individuo.
Se non fosse che un certo Tommaso d'Aquino, con il suo "individuum est ineffabile", dà all'uomo la possibilità di riprendersi il senso dell'  esistere: l'individuo è, nella sua complessità, indecifrabile e insondabile, ossia è "soggetto" irriducibile. Certo, lo sappiamo bene, anche il soggetto è una figura filosofica non priva di problemi. Ma vuoi mettere lo scavarsi dentro, l'esplorarsi di Agostino e di J.J. Rousseau, la fede angosciata di Kierkegaard, il travaglio personalissimo di  Simon Weil e l'ostinata ricerca dell'anello di congiunzione tra fede e ragione di Ratzinger filosofo? Saranno pure  autori tutti religiosi, con il loro continuo riferimento a Dio, ma ciò che più mi convince di quelle pagine  è lo splendore della verità, e cioè  la certezza che l'uomo esiste come soggetto pensante, come essere complesso e infinito che non si arrende alla superficialità del vivere e alla miserabile riduzione a una sagoma, a un punto, a una particella, in cui lo stringono scienza e società moderne. E allora ci metto, per rendere la pariglia, il soggetto  scolpito a tutto tondo da quel perverso maestro di stile che era il laicissimo Baudelaire, un pizzico dell'idiozia di Miskin, il principe di Dostoevskij, qualche goccia del pagano Adriano, l' imperatore della Yourcenar che non fu mai pronto alla morte,  e il  Pasolini disperato e rabbioso che provò a rispondere "del selvaggio dolore di esser uomini". A me basta questo, ne sono certo: il "soggetto" è molto più interessante e moderno dell'"individuo". E anche vivo. Uno che può perdere, ma è vivo.
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sabato, 17 febbraio 2007

L’ultimo attacco del Papa è destinato ancora una volta ad alzare il solito vespaio di polemiche, ma questa volta Benedetto XVI ha puntato il dito verso quei gruppi di potere capaci di influenzare le scelte politiche di uno Stato. “pressioni di lobbies capaci di incidere sui processi legislativi" contro la famiglia. Ha parlato di "divorzi e unioni libere" in aumento, mentre "l'adulterio - ha detto - è guardato con ingiustificabile tolleranza". Quindi è tornato affermare che il matrimonio e la famiglia hanno un ruolo cruciale per il destino dell'uomo. "Solo sulla roccia dell'amore coniugale di un uomo e una donna - ha aggiunto Benedetto XVI - si può edificare una vera comunione". La famiglia, ha denunciato il pontefice, "mostra segni di cedimento" per colpa delle pressioni di "lobbies capaci di incidere negativamente nei processi legislativi". Inoltre ha messo in evidenza il pericolo rappresentato dalle sette. Un fenomeno che sta erodendo ogni anno terreno alla chiesa cattolica. Colpa, ha affermato, del crescente "secolarismo edonista post-moderno". "Davanti alle sfide dell'attuale momento storico - ha aggiunto - le nostre comunità sono chiamate a rinsaldare la loro adesione a Cristo per dimostrare una fede matura e piena di gioia. E nonostante tutti i problemi enorme sono le potenzialità spirituali a cui può attingere l'America latina dove i misteri della fede sono celebrati con fervida devozione".  Adesso la parola passa a chi accecato dalla politica riduce queste profonde affermazioni in mera discussione politica, spogliandole dal vero significato.

giovedì, 15 febbraio 2007

 

Che la Chiesa possa discernere, affermare, negare alcunché, è considerato disdicevole dall'uomo moderno e secolarizzato, stanco com'è di farsi richiamare all'ordine or da questa autorità, or da quella. Quanto non ha ancora capito però, è che la Chiesa di Benedetto XVI è molto più avanti di lui nel considerare le faccende umane di chi pretende una legge tutta per sè e lamenta che se ce l'ha quello e manca a questo, allora è discriminazione. Spiacente per lui, ma Papa Ratzinger si pone al di là della faccenda. Questo vecchio signore tedesco è impegnato a preparare la Chiesa nella controffensiva sui grandi temi  del neo-secolarismo, diventato oramai l'unica ideologia dell'occidente. Dopo la linea del Logos tracciata a Ratisbona, batte ancora sullo stesso tasto. Ci sta dicendo che è venuto il tempo della ragione, fuori e dentro la Chiesa, finito il tempo degli equivoci, dei compromessi, occorre evitare che la Ratio si suicidi e con essa l'uomo. Che forse non ci siamo capiti ma il matrimonio e la famiglia non li ha inventati la Chiesa, sono un dato empirico, evidente e razionale, umano, creato dall'uomo a salvaguardia della comunità civile. Che un allargamento scriteriato dei diritti umani può minacciare il nostro orizzonte culturale di riferimento perchè minaccia le regole naturali grazie alle quali viviamo e prosperiamo come società civile. Matrimonio e famiglia accompagnano l'uomo da quando ha inventato quella cosa che si chiama societas, sono istituti alla base della nostra civiltà, qualcosa che ha a che fare con le nostre radici più profonde greco-romane, pagane e quindi cristiane. Ma davvero pensate che il Papa voglia difendere famiglia e matrimonio perchè li giudica una esclusiva cattolica? Davvero pensate che il Papa tema che una leggina transeunte possa ledere una istituzione che per dottrina non solo è naturale, ma è pure divina? La Chiesa può scommettere con la storia che le origini rivelate della famiglia cristiana la salveranno dalla rovina.  La verità è che Papa Ratzinger difende famiglia e matrimonio  perchè vuole difendere l'uomo, quello che ora è, quello che sono stati i suoi avi, quello che saranno i suoi figli. Per chi fa finta di non capire, o per chi non ha veramente capito  la lezione di Ratisbona, questo benedetto teologo ha gettato un ponte che porta dritto dritto all'origine del sapere razionale cristiano, è tornato alla sorgente saltando a piè pari il secolo della modernità ( e del resto la parola pontefice significa "costruttore di ponti"). Ogni volta che prende parola su questi temi, lo fa per difendere  il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro. Magari conviene pure a noi, alla società civile, preoccuparcene, perchè qui si tratta di una questione razionale, antropologica, culturale, e non c'entrano nulla le questioni di carattere morale e sessuale.

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mercoledì, 24 gennaio 2007

Quando si incontrano interlocutori intelligenti e ironici, anche se su un determinato argomento si hanno punti di vista diversi, è sempre piacevole confrontarsi.  Ne nascono discussioni interessanti sia per chi le intavola, sia (spero) per chi le legge. Sul forum di The Blog TV in questi giorni si discute della provocazione di un artista bolognese che ha inserito nel suo presepio(non so se ha ancora senso definirlo così) la statua di Moana Pozzi nuda a simboleggiare la “carne”, da questo ne è nata una bella e affascinante discussione arricchita da citazioni di filosofi a sostegno delle nostre posizioni, veramente manca ancora una mia risposta, la darò quando sarò libero dai tanti impegni di questi giorni. Vista la discussione, la Redazione di The blog TV ci ha invitato a realizzare un video che affrontasse queste tematiche, lo abbiamo fatto entrambi, il mio lo trovate in questo [link] e per correttezza pubblico anche quello di Nicolò, che vi confesso, per la sua ironia, mi ha fatto morire dalle risate.  

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categoria:cultura, chiesa, video, filosofeggiando, attualità, società
giovedì, 18 gennaio 2007

Ng e i forum su internet sono strumenti di comunicazione diretta e democratica, dove ciascuno può partecipare ad una discussione esponendo il proprio punto di vista in assoluta libertà, ovviamente nel rispetto delle regole del gruppo e della comune educazione.  In questi giorni, mi sono imbattuto in una discussione che aveva come oggetto il personaggio di Moana Pozzi inserito tra i figuranti di un presepio. A mio modo di vedere la scelta  dell’artista è stata di cattivissimo gusto e la provocazione gratuita mirava a farsi pubblicità. Ovviamente nel forum ognuno è libero di esprimere la propria idea e il proprio punto di vista, in particolare lo scambio di opinioni più interessante lo ho avuto con ragazzo che sostiene:
la Chiesa e le religioni in generale hanno tanta paura del sesso e delle donne” Mi chiede inoltre:  Perché la Chiesa, oggi, si irrita per Moana Pozzi nel Presepe e non per Freud nel Presepe?  Perché la Chiesa, oggi, non accetta i matrimoni per le cariche ecclesiastiche, né che una donna possa ricoprire tali cariche? Perché la Chiesa, oggi, condanna l'uso del preservativo, nonché ogni spunto di carattere sessuale evidenziando un atteggiamento evidentemente reazionario e puritano nei confronti di tutto ciò che pertiene alla sfera sessuale?
Non sono affatto convinto, pur definendomi “quasi” laico, in questi ultimi tempi è in atto un accanimento sistematico verso l’Istituzione religiosa, spesso dettato solo da convinzioni superficiali e qualunquistiche. Ho sempre sostenuto che oggi la Chiesa va difesa soprattutto perché rappresenta le nostre radici culturali, il nostro modello di società, la nostra forma mentis e per tanti altri motivi che non sto qui ad elencare, certo va anche criticata, ma quest’ultima dovrebbe essere costruttiva e non piena d’odio gratuito. Ricordo alle donne lettrici del blog che è stato proprio Gesù Cristo ad elevare di rango la figura della donna. Di seguito, se l’argomento non vi annoia, trovate le risposte alle domande del mio interlocutore:
Sul fatto del sesso. La Chiesa non ha mai detto che il sesso è peccato. La Bibbia esalta in modo gioioso quest'atto: pensa all'espressione "e risero insieme" per indicare l'atto sessuale nell'antico testamento. Solo che la sessualità non può essere ridotta a puro e insignificante dato biologico, è una componente fondamentale della personalità, un suo modo di essere, di manifestarsi, di comunicare con gli altri, di esprimere e di vivere l'amore umano (lo sostengono le scienze umane, altro che Chiesa!). Questa dimensione antropologica della sessualità resta inseparabile da quella filosofica (qui ti rimando al mito riferito da Platone) e teologica (brevemente, l'amore come tensione alla perfezione, come superamento della fisicità).
Nel saggio di Wojtyla "Amore e responsabilità" (1960), si parla apertamente dell'importanza della sessualità nella vita di coppia, scendendo nei particolari senza tabù su argomenti quali l'eccitazione sessuale o l'insoddisfazione della donna. La forza sessuale è una forza vitale, e come ogni forza del mondo fisico ha bisogno di essere canalizzata , orientata, nella fattispecie affinché contribuisca allo sviluppo psichico, morale e spirituale dell'uomo. (lo stesso Platone consapevole delle difficoltà per le persone ordinarie di cimentarsi con l'istinto sessuale arrivò ad affermare l'utilità di una legge che limitasse l'attività sessuale nell’ambito esclusivo del matrimonio e che la finalizzasse alla procreazione). La vera libertà di un uomo sta nella regola, nella disciplina, e questo è un insegnamento prettamente laico.
Sul fatto dell'esclusione della donna dall'ordinazione. La risposta è semplicemente che lei non ne ha bisogno, tanto è indiscutibile la sua centralità nella visione cattolica. Leggiti queste parole: "Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani(). E' proprio al genio della donna che la società è in larga parte debitrice." Un poeta folle d'amore? No. Il Papa.
Sul celibato. Inutile cincischiare. Il prete è chiamato a tendere alla grandezza anche se questa è un peso. Non può desiderare di liberarsene e abbassare la sua vocazione alla "statura" che preferisce. Se ha scelto essere di sacerdote di rito latino, sa che non deve anteporre al suo dio alcun rapporto affettivo. Così come il dono totale del suo Cristo giunge fino alla follia della croce, il prete servitore di quel Cristo deve rinunciare al diritto di fondare una propria famiglia, deve sacrificare tutto: o segue lui, o segue il mondo.
Detto ciò. Avendo la presunzione di disputare alla Chiesa i suoi atti, e sottoporli a critica, prova ad avere anche l'umiltà di dire la tua, di dottrina, prova a riscrivere il principio di autopossesso e autodeterminazione, elabora una nuova teoria dell'agire morale, prova ad arzigogolare un' etica dell'amore umano. E' facile fare delle affermazioni in aperto contrasto con una teologia secolare senza pagare il prezzo di giustificarle. Insomma, prova a buttar giù una filosofia della trascendenza della persona nell'agire, una autoteleologia dell'uomo. Provateci voi, eternamente insoddisfatti per come la dottrina protegge le verità della fede.

martedì, 10 ottobre 2006

Per una volta proviamo a parlar di filosofia. Per una volta proviamo di addentrarci nel segno della “Critica alla Ragion Pura” di Kant, il testo del filosofo tedesco che indagò le strutture della mente umana, e a coglierne qualche frammento.

Dall’opera emerge chiaramente quello che fu il cruccio di Kant per tutta la vita: il limite della conoscenza umana. Ci muoviamo su un terreno minato, quello della distinzione tra il fenomeno e il “noumeno”: fenomeno è ciò che appare, è l’oggetto dell’esperienza sensibile, mentre noumeno è la cosa in sé, qualcosa che non dipende dal soggetto, ed è inconoscibile perchè non riferito alla mia attività conoscitiva, ma slegato, a sé stante.

Alla domanda come sia possibile la conoscenza umana, Kant rivoluziona il tradizionale punto di vista: è il soggetto a costruire l’oggetto, e non viceversa, è il soggetto che riceve il materiale dell’esperienza e che lo costruisce in base alle sue forme mentali; certo, le cose non le creo io, esistono indipendentemente da me, come “cose in sé”; io non le produco, ma le costruisco per me, e gli altri le costruiscono come me perché hanno strutture mentali identiche che garantiscono che la conoscenza sia oggettiva, cioè universalmente valida: tutti gli uomini percepiscono le cose nello spazio e nel tempo, tutti gli uomini intuiscono il principio di causalità, o il concetto di  unità, di pluralità, e così via.

Dunque per Kant noi non possiamo conoscere le cose come sono in sé (il noumeno), ma solo come ci appaiono (il fenomeno). E possiamo conoscerle solo come “fenomeno” perché siamo noi a stabilire le leggi generali che regolano il mondo fenomenico, nel senso che queste leggi derivano dal nostro modo di concepire la realtà, sono la nostra forma di conoscenza. Kant teorizza che le conosciamo a priori, ossia prima e indipendentemente dall’esperienza, perché non ci derivano dall’esperienza ma sono leggi che il nostro intelletto impone all’esperienza. Proviamo con alcuni esempi: ancor prima di entrare in una stanza buia, sappiamo a priori senza sperimentarlo, che qualsiasi cosa che eventualmente troveremo, sarà nello spazio; ancor prima di sapere quale sarà la forma concreta di un oggetto (lo sapremo solo con l’esperienza), sappiamo a priori senza sperimentarlo che tutti gli oggetti hanno una forma; a priori sappiamo che tutti i corpi sono estesi e per saperlo non occorre appoggiarsi a fatti empirici, ma solo al concetto stesso di corpo presente nella mente (nel concetto di corpo è già implicito il concetto di estensione); ancor prima di gettare l’acqua sul fuoco, a priori sappiamo che sarà la causa di qualcosa, perché il principio di causalità ci dice a priori che ogni cosa ne causa un’altra; solo a posteriori (dopo averlo sperimentato) potremo sapere l’effetto (il fuoco si spegne), ma a priori potevamo già dire che qualcosa l’avrebbe causato (perché a monte rispetto l’esperienza, sappiamo già che il mondo intorno a noi è un insieme di rapporti di causa ed effetto).

Il concetto di causalità non lo tiriamo fuori dall’esperienza, per Kant ce l’abbiamo già nella testa, è un concetto puro, innato: quale effetto deriverà da quella causa lo posso solo sapere dall’esperienza, ma che ci sarà una causa lo so a priori. Non è quindi il fatto che io veda A e B in rapporto di causa ed effetto che mi da il concetto di causalità, ma è il fatto che io abbia insito in me il concetto di causalità che mi rende possibile l’esperienza, cioè il vedere  A e B in rapporto di causalità. Prima c’è il concetto di causalità, poi l’esperienza. Nell’immagine della stanza buia, sono le nostre strutture mentali a costruire prima lo spazio, e solo dopo le cose immerse in esso: lo spazio non esiste oggettivamente, è un’intuizione  pura,  a priori, è una forma della nostra conoscenza.

Così, conosciamo le strutture della realtà fenomenica perché siamo noi a imporle, anzi, paradossalmente, si identificano con le strutture della nostra mente. Le leggi della realtà sono le leggi del pensiero, la realtà fenomenica è come la pensiamo.

Ma il mio processo di costruzione dell’oggetto riguarda il fenomeno, non il noumeno. Per Kant  non si possono conoscere le cose in sè, ma solo pensarle: penso che al di là della penna conosciuta fenomenicamente, c’è la penna in sé, posso pensarla e tuttavia non posso conoscerla; la mia mente non può” vederla “per come è in realtà, perché  dovrei avere una forma di conoscenza (un concetto puro), slegata dal contenuto della penna, senza relazione con essa: dovrei avere il noumeno. La cosa in sé è come un oggetto mai visto contenuto in una scatola e il noumeno è il pensiero dell’oggetto che tuttavia non può essere visto.

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categoria:cultura, filosofeggiando