mercoledì, 15 febbraio 2006
Quando si nomina Moggi, il pensiero va subito al D.S della squadra più vincente del campionato di calcio italiano e paradossalmente, considerando il rapporto tra scudetti vinti e partecipazione alla coppa dei campioni, la più perdente d’Europa: la Juventus.  I nemici di Giuliano Moggi lo hanno sempre chiamato, scherzosamente ma non troppo, Luky Luciano, paragonandolo al più noto boss della malavita italo-americana. In Italia, negli ambienti calcistici, è considerato un “mammasantissima”, al punto che il portoghese Figo, giocatore dell’Inter, abituato a vivere un altro calcio, si è meravigliato della visita che ha fatto all’arbitro Paparesta, prima dell’incontro Juve – Inter, alimentando le infinite voci che nell’immaginario comune vedono il club torinese il più favorito d’Italia. La notizia di oggi, non tocca Moggi senior, ma il più giovane Alessandro (figlio) nonché presidente della GEA, società che cura gli interessi di moltissimi giocatori e allenatori del calcio italiano, un  conflitto d’interessi di cui i tifosi della Juve non vanno per nulla fieri. I magistrati romani hanno iscritto sul registro degli indagati il figlio del Direttore Sportivo della Juventus, il reato di «illecita concorrenza con minaccia o violenza» (articolo 513 bis del codice penale), in relazione al sospetto di posizione dominante della Gea. Paradossalmente, il tutto è partito dal cosiddetto doping amministrativo, denunciato dal padre quando gli occhi erano puntati sulla società che dirige, per aver fatto uso doping, che ha visto condannare in primo grado il medico sociale, Agricola, e assolto poi nel processo d’appello. Altra tegola, dunque, su una delle famiglie più discusse dai tifosi italiani, questa volta le accuse sono gravissime, addirittura si rischia dai 2 a 6 anni di carcere. Il calcio italiano ultimamente sta perdendo molta  credibilità, chi ha saputo arricchirsi con lo sport nazionale a discapito dei tifosi e usando mezzi illeciti, forse è giusto che un giorno possa renderne conto alla giustizia ordinaria, visto che quella sportiva sembra indirizzarsi sempre verso i più deboli o i più onesti.

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categoria:calcio, doping, scandalo, legalità, moralità
martedì, 29 novembre 2005

Ho assistito all’ennesima invasione di campo da parte della “triade” juventina, verso una squadra che sì non vince, ma che verso i razzisti si è sempre dimostrata molto dura. Le iniziative portate avanti dal club di Milano, non a caso si chiama Internazionale, sono state sempre verso l’educazione alla convivenza e all’integrazione di cittadini di varie nazionalità. Il proprietario Moratti, ha accolto come dei figli giocatori provenienti da ogni angolo del pianeta, a volte anche  rimettendoci (vedi il caso Kanu). Le punzecchiature di stampo juventino sono di cattivo gusto e fuori luogo specie se si usa per far polemica (gratuita) un argomento delicato come quello del razzismo. La squalifica del campo, caldeggiata da don Moggi, forse nasconde un pizzico di invidia, verso quei tifosi che nonostante le scarse vittorie continuano ad amare una squadra che ha saputo dimostrare di essere grande, almeno nella solidarietà e nella sensibilità. I dirigenti bianconeri dovrebbero domandarsi come mai la squadra più titolata in Italia e poco in Europa (stranamente…), la domenica si trova a giocare in uno stadio spesso vuoto. Le loro attenzioni dovrebbero indirizzarle a quel problema e  trovare una soluzione, detto in altre parole, sarebbe meglio guardarsi in casa propria piuttosto che entrare in case d’altri senza invito. L’allusione di Girando circa le squadre che spendono 120.000.000 di Euro l’anno e non vincono, lasciano il tempo che trovano, se l’Italia ama meno il calcio e non lo segue più come un tempo, forse un tantino di colpa ce l’ha chi, in un modo o nell’altro, in ITALIA continua a vincere. Non sto parlando da tifoso, ma da semplice cittadino che guarda alle società di calcio con occhio disincantato, penso,però, che se in questi anni il patron interista non avesse inondato il calcio italiano di tanti soldi probabilmente oggi avremmo meno spettacolo, meno giocatori spettacolari e meno società calcistiche, mi risulta che sono moltissime le cosiddette piccole, che rimangono in vita grazie all’aiuto della società milanese. Personalmente se non credo più tanto nel calcio come sport, devo ringraziare quelle società che nonostante una condanna di un tribunale della Repubblica Italiana per doping, continuano a dire la loro e a tirare le fila di uno sport che di sportività ormai gliene è rimasta poca.

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categoria:calcio, razzismo, doping