Di vero cuore Liborio
Certo che a sentire certe affermazioni ti viene da ridere a crepapelle, proviamo a ridere assieme: se io vi dicessi che Cofferati è un Fascista voi che fareste? Io sto ridendo da quando ho letto la notizia. E,’ invece, apprezzabile la battaglia che sta portando avanti a Bologna, per ristabilire la legalità in una città che ultimamente sembra averne veramente bisogno. In questi ultimi giorni, Cofferati, continua a subire le contestazioni da parte di chi non vuole che gli abusivi che occupano le 45 case comunali, escano per lasciarli ai legittimi vincitori del bando. I collettivi cittadini spingono affinché il sindaco, prima di sloggiarli, si adoperi per trovargli una nuova sistemazione; se ciò avvenisse sarebbe legittimata una pratica che, di volta in volta, vedrebbe occupare le abitazioni comunali con lo scopo di avere, poi, un alloggio da parte del comune. Il sindaco lottando contro questa logica, che vede da una parte chi vuole appunto legittimare una pratica illegale, e dall’altra chi invece la combatte duramente, si vede additato come appartenente ai fasci di combattimento di ben altri e lontani tempi. Al solo pensiero non riesco a trattenere la risata. Accusare d’essere fascista, chi fino a ieri ricopriva il ruolo di segretario della CGIL, sindacato rosso e asservito alla sinistra italiana, che manifestava con la bandiera rossa sulle spalle, non può che farmi ridere. In questo post, però, voglio rinnovargli la mia solidarietà, invitandolo a proseguire su l’unica strada possibile: quella della legalità. La cosa che mi ha lasciato interdetto è vedere che i contestatori associano la voglia di legalità alla Destra.
La vicina Svizzera, dal primo di gennaio, presso il nosocomio universitario di Losanna istituzionalizzerà una pratica che è già destinata a far discutere: il suicidio assistito in ospedale. A dirla così sembrerebbe un normale annuncio di una normale pratica ospedaliera; invece, di mezzo c’è la vita e la sofferenza. Per poterne “usufruire” bisogna però, essere in possesso di alcuni requisiti fondamentali: insistenza della domanda, incurabilità, capacità di discernimento del paziente; insomma, l’eutanasia diventa quasi una certezza e come dicevo sarà destinata a dividere le coscienze. L’uomo, il legislatore, che si sostituiscono all’Onnipotente e decidono se la vita deve finire o continuare, la questione morale è dunque aperta, far cessare la sofferenza ad un malato terminale o lasciarlo morire lentamente e aspettare la mano divina o se preferite (per i laici) che la vita cessi da sola? Sembra che molti stati stiano cercando di introdurre l’eutanasia, al vaglio dei vari governi mondiali, ci sono molti disegni di legge, nel caso della Svizzera non si può parlare di vera e propria eutanasia ma, a dire la verità, le somiglia molto. Il paziente che ne farà richiesta, rispettando quei requisiti, potrà assumere un cocktail di farmaci che lo condurranno alla morte, ad assisterlo nel trapasso ci sarà un dottore specializzato o a richiesta potrà ne potrà avere uno di sua conoscenza. Negli ultimi anni, molte associazioni spingono affinché sia adottata altre, invece, ne sono assolutamente contrarie, se vi ricordate qualche mese fa in Italia successe un caso che vide una mamma decidere per la propria morte; la figlia fu condannata per averla accompagnato in una clinica specializzata dunque per averne favorito la richiesta. I legislatori, come al solito, sono divisi tra la questione morale e la questione del risparmio, assistere un malato terminale per le casse dello stato ha un costo elevato che inevitabilmente si ripercuote sui contribuenti, non vorrei che dietro a certe scelte prevalesse ancora una volta questione del risparmio.
A volte le sparate del profesur ci lasciano al quanto perplessi, nel salottino buono di Cinisello Balsamo, Prodi in compagnia dei suoi cari amici Gad Lerner e il filosofo Cacciari, ha voluto precisare a scanso di equivoci che il padre è di chiare origini padane e per la legge del contrappasso anche lui lo è. Non “padau” come dice quella graziosa signorina brasilera nella pubblicità per non tirarsi dietro le
ire dei meridionali, ma padano, padano. Forse ha precisato le origini con l’intento di rubacchiare qualche voto a quelli della Lega o a qualche padano di destra scontento, insomma un messaggio subliminale che il profesur ha voluto mandare a chi di dovere. Non pago, ha tirato in mezzo un nuovo slogan che non è più Roma ladrona usata con un certo disprezzo dai leghisti, ma addirittura tira fuori quanto di più “efferato” si possa pronunciare per rifiutare un invito: a Roma non ci vivrei neanche morto! Chissà in quel momento i suoi amici di partito cosa avranno pensato, si saranno messi a studiare uan strategia per mettere una pezza all’affermazione spontanea ma molto infelice. Volendo essere benevoli da quella dichiarazione potremmo dire che non dice nulla di strano, quanti di noi non vorremmo vivere in una città perché non ci piace o non ci sta simpatica, sicuramente però, non faremmo nulla per ritrovarci costretti a viverci, giusto? Allora il profesur, perché si candida per Palazzo Chigi? Se vince le elezioni sarà costretto e come ad abitare a Roma, cos’è puro masochismo? Abbiamo già un presidente del consiglio che sostiene che sono sacrifici e responsabilità enormi fare il capo del governo, adesso arriva anche lui, non è che i due si somigliano un po’ troppo? Chissà i poveri romani nel sentire queste dichiarazioni come saranno contenti, loro hanno la fortuna di vivere in una delle città più belle al mondo, ma forse si vedranno cadere dalla padella alla brace, da ladroni passeranno a suscitare ribrezzo. Qualcuno però sostiene che il nuovo padano, sia più furbo che bello nel senso che con questa mossa “tattica” ha voluto dimostrare che non abbandonerà assolutamente il nord, anzi è pronto a scagliarsi contro gli amici di partito che in questi anni hanno amministrato la Capitale e che probabilmente hanno fatto male il loro mestiere, visto che a detta sua è invivibile. Per concludere vorrei fare una semplice domanda a Prodi: Profesur, ma Lei c’è o ci fa perché a volte noi non riusciamo proprio a capirlo.
Si sono svolte le elezioni democratiche in Iraq ha partecipato al voto il 70% degli aventi diritto, nel vedere quella folla in coda, capisci che la gente aveva bisogno di democrazia. Le minacce dei terroristi, le bombe nei seggi, i kamikaze che si sono fatti esplodere in mezzo ai civili, non sono bastati a fermare il processo democratico. Ero perplesso su questa guerra, oggi per fortuna lo sono un po’ meno. I teatrini dei politici pro e contro avevano ancora una volta fatto passare un messaggio non chiaro ai cittadini, ci siamo spaccati tra gli “interventisti” e i “pacifisti” ci siamo anche indignati nel sentire alcuni dementi urlare 10, 10, 100, 1000, Nassiria, abbiamo visto sfilare nelle città personaggi in cerca d’autore con la bandiera della pace sulle spalle e come al solito la politica non è rimasta a guardare, ha voluto imporre la propria testimonianza, e come al solito, lo ha fatto (eccetto rari casi) solo per strumentalizzare il tutto. Non ultimo il video che vedeva i nostri militari sparare in una missione di “liberalizzazione” dei ponti, che probabilmente sarebbero serviti per far passare gli aiuti umanitari. Certa politica su queste immagini non si è sprecata, si è fiondata come un avvoltoio sulle vite dei soldati italiani in prima linea per riportare l’ordine pubblico, in una regione che conosceva solo l’ordine del terrore, sia terroristico che dittatoriale. Per fortuna oggi sono altre le immagini che parlano, quelle degli occhi gioiosi degli Iracheni finalmente liberi ai quali va riconosciuto il merito di aver isolato rischiando la propria vita gli stessi terroristi. L’affluenza alle urne ha sciolto come neve al sole l’alibi della “resistenza” che in realtà in quel Paese non esiste e non è mai esistita, i sedicenti resistenti, già da tempo avevano alzato bandiera bianca e si erano adoperati per far compiere finalmente la democrazia. Dopo il voto, oggi la bandiera della pace può finalmente sventolare sui nostri balconi, può sventolare soprattutto in Iraq può essere portata in giro nei cortei, la democrazia in quello stato è compiuta, adesso però bisognerà difenderla.
In passato mi sono sempre espresso in maniera favorevole verso alla realizzazione di opere che possano servire a modernizzare il nostro Paese. Mi sono stupito, anche se comprendo, i No-Tav e la loro dura opposizione contro la realizzazione del tunnel che serve a collegare l’Italia alla Francia. L’alta velocità parte da Napoli, passa per Milano e poi prosegue ad ovest verso appunto la Val Susa; ad est proseguirà in direzione Mosca. Ho ripetuto più volte che il progresso passa inevitabilmente dalle infrastrutture, chi si oppone forse non riesce a comprendere fino in fondo di quanto possono aiutare la crescita del paese. Un’opera molto discussa è quella concernente la realizzazione del Ponte di Messina. Tempo fa, mi sono espresso in maniera favorevole verso la sua costruzione, per una serie di motivi che ho spiegato e che li trovate ciccando qui. Oggi scrivo, perché ho letto un trafiletto che riportava una notizia a mio modo di vedere poco seria se non ridicola. Certi personaggi noti per aver manifestato da sempre contro il progetto, si sono organizzati ed hanno realizzato un calendario che serve a raccogliere i soldi per poi rimpinguare le organizzazioni No-Ponte che suppongo sono sulla falsa riga di quelle più note No-Tav. L’iniziativa è partita da certo Renato Accoranti da sempre oppositore alla realizzazione dell’infrastruttura che com’è arcinoto, dovrà collegare l’isola alla Calabria in modo da evitare lunghe file d’attesa per il traghettamento sia dei treni che dagli stessi automobilisti (quest’anno sono stato in coda per più di tre ore sotto il sole cocente). Molti oppositori sostengono che la Sicilia ha bisogno di tante altre opere forse più importanti, ma a questi voglio ricordare che la realizzazione del ponte non pregiudica la richiesta e la successiva realizzazione, anzi le potrebbe addirittura favorire, a volte stupisce la scarsa lungimiranza di certi personaggi cosiddetti “illuminati”. Tra gli intellettuali ha aderito all’iniziativa, speriamo che posi vestito, il “trombato” alle primarie di Milano, nonché premio Nobel Dario Fo e altri intellettuali non citati dal quotidiano forse perché di grado inferiore rispetto al giullare quindi mi riferirò a loro chiamandoli intellettuali “minori”. La miopia “infrastrutturale” in passato ha colpito altri intellettuali, che avevano opposto una forte opposizione alla realizzazione di opere che poi si sono rivelate utilissime alla Nazione, come ad esempio le stesse autostrade. Sono convinto che anche in questo caso stanno sbagliano, mi auguro in buona fede, dispiace però, che tra questi ci siano personaggi che si aggrappano con tutte le forze a questo ponte per ottenere un po’ di visibilità nazionale.
E’ successo ancora, la politica è entrata, ancora una volta sui campi di calcio. Oggi andava in onda una partita che vedeva impegnate due tifoserie calde, una di destra a favore della Lazio, l’altra di sinistra a favore del Livorno. I tifosi hanno preparato i simboli del tifo, invece di vedere i soliti striscioni d’incitamento o di sfottò hanno ornato gli spalti con croci celtiche da un lato e bandiere dell’URSS dall’altro. Icone che rievocano il terrore e le dittature che in passato hanno visto sterminare vite umane, una più conosciuta, quella nazista, dove scrittori, giornalisti e sopravvissuti hanno scritto fiumi di libri e testimoniato tutto l’orrore che ha seminato. L’altra più occulta, più celata, meno interessante per gli studiosi, per gli storici, per gli uomini di pseudocultura, ma anch’essa ha lasciato sul terreno miglia e migliaia di uomini e che ancora in certe zone del pianeta continua da uccidere ne è l’esempio più lampante la Cina. Nessuno, a parte qualche associazione umanitaria, ne parla, tutto rimane celato, come se quella dittatura fosse migliore di altre.
Periodi storici di terrore che hanno visto applicare una dittatura nera e una rossa, e che ancora qualcuno ricorda con nostalgia continuando a sventolare quei vessilli, quelle bandiere. Mi chiedo: cosa c’entrano con i nostri giorni, cosa centrano con il calcio, sono tempi ormai lontani, almeno per l’occidente, perché devono verificarsi incidenti durante una gara sportiva che dovrebbe servire a divertire e a ribadire la pace, che c’entra la violenza con tutto ciò?! Che c’entra il saluto romano di Di Canio, e il pugno chiuso di Lucarelli, cosa hanno a che fare con lo sport, due simboli drammatici, di terrore, il primo si vede raramente, per fortuna, l’altro è più comune, lo vedi fare agli artisti sui palcoscenici, lo vedi fare ai leaders politici e sindacali, lo vedi fare ai lavoratori, ma che c’entra il terrore con lo spettacolo, con lo sport, con i lavoratori, che c’entra? Noi non li vogliamo vedere più, no, non vogliamo, ci ricordano troppo il terrore, ci ricordano troppi morti che meritano rispetto, che meritano si, essere ricordati ma non esaltando quei simboli ma, ricordando che attraverso quei simboli loro sono morti, loro non ci sono più per averli combattuti.